Il termine deplatforming, emerso con forza dopo l’espulsione di Donald Trump da Twitter e Facebook, ha catalizzato l’attenzione sia dei media che degli utenti. Questo fenomeno, che può essere visto come una forma di esclusione dalle piattaforme digitali, è diventato un tema di dibattito acceso, con impatti che si estendono dai social network ai servizi di streaming. Recentemente, Disney Plus ha fatto notizia per l’adozione di politiche che potrebbero includere pratiche di deplatforming, sollevando ulteriori interrogativi sul funzionamento e le implicazioni di questa misura.
Cos’è il Deplatforming?
Il termine deplatforming si riferisce all’atto di rimuovere un individuo o un gruppo da una piattaforma digitale, come un social network o un servizio di streaming. Questo concetto è nato principalmente nel contesto delle piattaforme sociali, dove le violazioni dei termini di servizio possono portare alla cancellazione di contenuti, pagine o profili. Sebbene non esista un corrispettivo diretto in italiano, il termine è stato adottato per descrivere questa azione specifica, che implica la sospensione o la rimozione dall’accesso a una piattaforma.
Il Caso di Disney Plus
Disney Plus, noto servizio di streaming, ha recentemente aggiornato le sue Condizioni Generali di Abbonamento, entrando in vigore a fine agosto. Sebbene non esplicitamente dichiarato, le nuove condizioni suggeriscono che la piattaforma potrebbe applicare il deplatforming in caso di utilizzo di software per bloccare la pubblicità. Questa misura segna una novità, poiché non era comune che le piattaforme di streaming utilizzassero il deplatforming in relazione agli ad-blocker, ma piuttosto per la condivisione non autorizzata delle password.
Deplatforming: Tra Realtà e Fantasia
Nel mondo reale, il deplatforming viene principalmente applicato in risposta a violazioni delle norme delle piattaforme, piuttosto che a capricci arbitrari. Tuttavia, la discussione sul deplatforming ha generato timori tra i teorici del complotto, che temono che tali pratiche possano essere estese a contesti più ampi e influenzare aspetti della vita quotidiana, come l’accesso ai servizi finanziari o sanitari. Alcuni temono che, con la digitalizzazione dei dati personali, sia possibile che le autorità o le aziende possano limitare l’accesso a servizi essenziali in base al comportamento online degli individui.
Esempi e Implicazioni Reali
Nel mondo reale, le applicazioni del deplatforming si verificano principalmente per violazioni esplicite dei termini di servizio. Un esempio notevole è il caso di Donald Trump, i cui account su Facebook, Instagram e Twitter sono stati sospesi nel gennaio 2021 dopo l’assalto al Campidoglio. Questo ha acceso un dibattito su quanto sia giusto e appropriato che le aziende private abbiano il potere di decidere chi può o non può accedere alle loro piattaforme.
Un altro esempio riguarda PayPal, che ha bloccato l’account di Belle Delphine, una creatrice di contenuti per adulti, per presunta violazione delle politiche della piattaforma. Questi casi dimostrano che, mentre il deplatforming può essere una risposta a comportamenti che violano le regole stabilite, è raro e solitamente giustificato da specifiche infrazioni.
Riflessi e Questioni Aperte
Il dibattito sul deplatforming solleva interrogativi su chi dovrebbe stabilire le regole per l’accesso alle piattaforme digitali. Se le piattaforme sono spazi privati, non è forse giusto che le stesse aziende decidano le norme di comportamento? D’altra parte, se i governi dovessero intervenire, si correrebbe il rischio di una regolamentazione eccessiva.
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